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AIKIDO e Coaching. Due mondi davvero così lontani? (di Sergio Cipri WABC Certified Business Coach)

aikido2-300x277Pratico l’Aikido da molti anni. Mi sono avvicinato a questa affascinante disciplina abbastanza tardi. Questo fatto mi ha penalizzato sul piano fisico, perché certe prestazioni acrobatiche delle tecniche hanno richiesto un allenamento e un superamento di timori vari (rischio di danni fisici, magari con conseguenze avanti negli anni) che i miei giovani amici frequentatori del Dojo neppure avvertivano. A compensazione, l’avvicinamento in età matura a questa disciplina fisica, ma soprattutto filosofica e mentale, ha facilitato il riconoscimento e la comprensione degli aspetti più sottili, più difficili da avvertire da chi era appagato dalla pura sensazione di potenza.

Il percorso che mi ha portato, da manager dell’Information Technology alla professione di coach, mi ha fatto scoprire progressivamente le fortissime analogie con l’impostazione filosofica ed etica dell’Aikido, con l’utilizzo di tecniche che, a cominciare dal linguaggio del corpo per salire agli aspetti mentali più profondi possono essere descritte quasi con gli stessi termini.

Oggi sono un Business Coach certificato e lavoro a fianco di manager di aziende e Associazioni in percorsi di crescita personale. Ma dedico parte del mio tempo libero, con ritorni personali profondi, ad una attività di volontariato molto particolare: corsi di legittima difesa per le donne presso il Tribunale di Torino. E’ straordinario, ma non inatteso, come due attività così apparentemente distanti si completino a vicenda. Questa è una conferma della ricchezza della “contaminazione dei saperi” che si scopre quando si accetta di non vivere a scompartimenti separati, ma di cogliere, soprattutto nella sfera relazionale-emozionale, ai livelli più alti della nostra elaborazione mentale, gli invarianti presenti in domini e situazioni apparentemente lontani.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento di seguito l’articolo integrale…

 

Il mio incontro con l’Aikido

Come succede spesso, un amico mi ha proposto di assistere ad una sessione di Aikido nella sua palestra. La prima cosa che mi ha colpito è stata l’armonia e l’eleganza dei gesti. Movimenti fluidi e veloci, che si concludevano improvvisamente con l’atterramento dell’assalitore, senza sforzo apparente. Dopo aver valutato Judo e Karate, penso che decisi di praticare quell’arte marziale per motivi puramente estetici.

Comperai presto un testo di dimensioni corpose. Saltai la parte introduttiva e mi immersi subito nella descrizione delle tecniche di difesa, completata da illustrazioni semplici ma molto evocative di quanto avevo visto fare in palestra. Avevo appena sfiorato la superficie. La seconda caratteristica univoca era la regola base del “combattimento”. I ruoli sono preassegnati: l’assalitore (Uké) ha lo scopo di permettere all’assalito (Torì) di portare a termine la tecnica di difesa che sta imparando. Questo indipendentemente dall’abilità e dalla capacità dei due avversari. La spiegazione del Maestro fu: L’Aikido è una Via di crescita personale, non una forma di combattimento. Questo non impedisce che sia anche una potente disciplina di difesa personale, ma non è il suo scopo principale. il ruolo di Uké sta nel dosare l’intensità dell’attacco in modo che sia di poco superiore a ciò che Torì sente di essere preparato a fronteggiare. In questo modo Torì viene allenato a superare progressivamente i suoi limiti percepiti, in un processo di crescita nel quale il punto di arrivo non esiste. E quale è il risultato per Ukè? L’affinamento della capacità di valutare il suo “avversario” in un tempo di decimi di secondo e senza alcuno scambio verbale. E di aiutarlo. Nella relazione, pur brevissima, che si stabilisce, entrambi raggiungono il loro obiettivo e – insieme – vincono.

L’idea era sorprendente. In quegli anni nasceva la stella di Bruce Lee, il campione di Kung Fu. E fummo inondati di pellicole dozzinali dove smorfie di dolore, sangue, nemici letteralmente fatti a pezzi esaltavano i peggiori istinti degli spettatori. Tornai al mio libro riprendendo le prime pagine frettolosamente sfogliate. E iniziò, per me, la vera scoperta dell’Aikido.

Brevi cenni sulla filosofia dell’Aikido

Il termine AIKIDO è formato da tre caratteri sino-giapponesi: 合 (ai), 氣 (ki), 道 (do) la cui traslitterazione è la seguente:

合 (ai) significa “armonia” e nel contempo anche “congiungimento” e “unione”;

氣 (ki) Significa “spirito“, energia vitale.

道 () significa letteralmente “ciò che conduce” nel senso di disciplina vista come percorso, via, cammino, in senso non solo fisico ma anche spirituale.

合氣道 (ai-ki-do) significa quindi innanzi tutto: «Disciplina che conduce all’unione ed all’armonia con l’energia vitale e lo spirito dell’Universo».

L’Aikido è un’arte marziale relativamente recente, anche se si ispira alle tecniche delle scuole di spada del Medio Evo giapponese. Nella forma classica che conosciamo oggi iniziò a diffondersi nel mondo intorno al 1943 per opera del suo fondatore Ueshiba Morihei.

La finalità dell’aikido

La finalità dell’aikido non è rivolta al combattimento né alla difesa personale, pur utilizzando per la sua pratica uno strumento tecnico che deriva dal Budo, l’arte militare dei samurai giapponesi; l’aikido mira infatti alla corretta vittoria che consiste nella conquista della padronanza di se stessi, resa possibile soltanto da una profonda conoscenza della propria natura interiore. Con questo, il fondatore dell’Aikido voleva affermare che per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi e ciò significa che se si vuole veramente acquisire la capacità di padroneggiare l’attacco proveniente da un potenziale avversario esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza (nel Buddhismo Zen si direbbe: qui e ora), occorre aver preventivamente acquisito la capacità di padroneggiare pienamente se stessi.

L’animo che non si confronta 

Chi pratica l’aikido secondo il suo corretto intendimento e finalità, è invece colui che ha maturato in sé l’obiettivo primario della pratica di una “disciplina interiore” e trasferisce questa finalità anche nella propria normale vita quotidiana, nel proprio modo di essere e di porsi verso altri, che è quello di colui il cui animo non si confronta. Questo significa che, nell’avanzamento della pratica, l’aikidoka compie un percorso evolutivo nel quale il proprio spirito di competizione che inizialmente lo porta a lasciarsi spronare dal gusto e dal desiderio di confrontarsi con gli altri, man mano lascia il posto al gusto e al desiderio di confrontarsi con sé stesso, interiorizzando la propria pratica nell’impegno di superare sistematicamente i propri limiti a prescindere dagli altri: questo è il significato di possedere un “animo che non si confronta”, il quale si realizza quando lo spirito di competizione si è spostato dal confronto esteriore con gli altri al confronto interiore verso se stessi.

L’aikido e la risoluzione dei conflitti

Il tipico esempio orientale del ramo del salice che flettendosi sotto il peso della neve abbondante se la fa scivolare di dosso lasciando che cada a terra per effetto della stessa azione del suo peso e in questo modo si mantiene ben integro e vegeto, simboleggia giustamente il principio di non resistenza, al contrario del ramo della quercia che invece, non potendo sopportare lo stesso carico di neve e non volendosi piegare, si spezza e muore.

Il principio di non resistenza, non rende dunque imbelli o non porta ad accettare supinamente gli eventi e il compimento dei fatti, bensì educa e favorisce lo svilupparsi della capacità di sottrarsi agli eventuali effetti negativi delle azioni altrui, lasciando che queste ultime si esauriscano naturalmente senza che, per questo, ne derivi un danno per l’aikidoka. Solo in questo modo si può giungere alla condizione di rendere vana la voglia e la volontà aggressiva di un eventuale avversario e rimuovere quindi all’origine il presupposto del suo attacco; infatti quand’anche, rimanendo nella logica occidentale del frangar, non flectar, si riuscisse a sconfiggere l’avversario, poiché anche costui è in tale logica e avendo di conseguenza subìto sicuramente dei danni, avrà ancora di più la voglia e la volontà di rifarsi, alla prima occasione. In tal modo la difesa è solamente provvisoria e apparente e si rimane esposti facilmente all’evenienza di essere nuovamente attaccati dall’avversario, che quindi continuerà a costituire una costante minaccia.

L’efficacia delle tecniche del’Aikido

La priorità strategica dell’aikidoka nella scelta della sua azione tattica difensiva è quindi quella di arrivare alla risoluzione del conflitto senza subire offesa, impiegando le tecniche dell’aikido non nella ricerca di riuscire ad infliggere dei danni risolutivi all’avversario, ma essenzialmente al fine di disimpegnarsi da lui e dal combattimento stesso.

La corretta vittoria indicata dal fondatore e perseguita dall’aikido si consegue dunque quando si è riusciti innanzi tutto ad evitare di ricevere un danno a seguito di un attacco offensivo, ma questo risultato da solo non è sufficiente se contemporaneamente non si riesce a rimuovere all’origine ed esattamente nell’istante e nella circostanza della sua insorgenza anche la minaccia da cui il danno potenziale poteva giungere. Per ottenere ciò all’aikidoka non è sufficiente evitare le possibili conseguenze negative che possono derivargli dagli attacchi di potenziali avversari; è anche indispensabile che ai potenziali avversari si renda possibile la convivenza civile e la conciliazione con l’aikidoka stesso, utilizzando quindi un’azione difensiva nei confronti dell’avversario che non gli infligga già fin dall’inizio dei danni irreparabili, poiché questi giungerebbero a bloccare un possibile eventuale positivo mutamento delle relazioni dell’avversario nei confronti dell’aikidoka, in direzione meno conflittuale. L’aspirazione a realizzare queste condizioni rendendo possibile porre in atto la propria difesa senza dover obbligatoriamente ricorrere all’offesa, è il traguardo spirituale ed il valore etico e morale che l’aikido propone alla società civile. L’Aikidō s’insegna quindi con l’esempio, s’impara per imitazione ed emulazione del Maestro, si memorizza fisicamente nel corpo e nella sfera istintuale. Insegnamento significa trasmissione 以心伝心 I Shin den Shin, cioè trasmissione senza le parole ed al di là delle parole.

Il coaching

Il termine coaching viene dallo sport. Il coach è l’allenatore della squadra, la persona che porta i singoli atleti e, meglio ancora, l’intera squadra sportiva, a superare i propri limiti percepiti, con lo scopo di vincere: una partita, una medaglia d’oro, …. Le tecniche sviluppate per rinforzare i muscoli, migliorare la resistenza alla fatica, sono state progressivamente affiancate da strumenti che agiscono sulla componente psicologica dell’atleta. Quella che gli permette di superare i limiti fisici che ritiene di conoscere. E che gli sembrano insuperabili. Questi aspetti sono ancora più evidenti quando il risultato è prodotto da un’azione coordinata e collettiva di un gruppo. Un team.

Dall’ambiente sportivo il concetto si è ampliato alle sfide della vita e al mondo del business. Gli strumenti del coaching sportivo, opportunamente riformulati ed arricchiti, si applicano a manager in crescita, per aiutarli a ri-scoprire e valorizzare le proprie capacità, a persone con difficoltà di relazione con colleghi per aiutarli a vedere il mondo da punti di vista diversi, per tutti ad imparare ad ascoltare e a rispettare gli altri.

Il coach non è un consulente, non propone soluzioni, ma si pone a fianco della persona in una relazione di aiuto, facilitando la ri-scoperta di talenti e capacità che, una volta riconosciuti e valorizzati, sono acquisiti per sempre.

Nel paragrafo che segue ho voluto affiancare la descrizione dei principi e degli strumenti delle due discipline – il coaching e l’Aikido – con lo scopo di dimostrarne le profonde analogie.

Aikido

E’ un’arte marziale nata con lo scopo di favorire un processo di crescita personale che tenda alla completa padronanza di se. Comporta, come risultato secondario, un bagaglio di tecniche di difesa altamente efficaci.

Il praticante di Aikido (Aikidoka) si affida ad un maestro (sensei) che lo aiuta in questo processo di crescita attraverso l’esempio e un costante allenamento per migliorare progressivamente le sue competenze tecniche e le sue capacità.

Scopo dell’Aikido, nella sua accezione di arte marziale, è l’attivazione – anche se in un intervallo di tempo estremamente breve – di una relazione con l’avversario. Nello scambio che avviene a livello fisico, ma ancora di più a livello mentale, l’esperto Aikidoka, utilizzando le abilità marziali, dimostra all’aggressore l’inutilità e il potenziale danno del perseverare nell’azione violenta.

Un aspetto fondamentale della filosofia dell’Aikido è il rispetto dell’avversario. Solo in questo modo, evitando la sua umiliazione, diventa possibile spegnere, anche in futuro, la ricerca di una rivincita che vendichi la sconfitta.

L’aspetto più evidente (e superficiale) dell’Aikido è la componente fisica, con le sue tecniche di difesa spettacolari. Ma la vera essenza è mentale: la comunicazione non verbale che si stabilisce istantaneamente in un confronto fisico della durata di pochi secondi, soprattutto quando l’Aikidoca è un maestro, è di una intensità tale da bloccare, a volte, una aggressione prima che si manifesti.

Alla base dell’Aikido c’è un forte senso dell’etica: l’occasionale avversario sente la compassione (cum passio) del maestro di Aikido e l’invito a vedere e praticare insieme un percorso (Via) diverso dal confronto violento. Questo, e non la coercizione fisica di una leva potente, induce la possibilità di un esito pacifico e duraturo.

L’aspetto non competitivo dell’Aikido si evidenzia in modo chiarissimo dall’assenza della ricerca ella vittoria su un avversario. Non esistono campionati di Aikido. Non esiste una situazione nella quale due avversari si affrontano con l’obiettivo di infliggere all’altro una sconfitta. Nella coppia con ruoli predefiniti l’aggressore e l’aggredito raggiungono insieme l’armonia e vincono entrambi.

Coaching

è un percorso di crescita personale che si propone di raggiungere un elevato livello di equilibrio e di padronanza di se e delle proprie risorse. Sviluppa in parallelo un adeguato repertorio di strumenti tecnici a supporto.

Chi è oggetto di un intervento di coaching (coachee) si affida ad un esperto (coach) che attiva una relazione di aiuto, supportata da tecniche e strumenti, per migliorare progressivamente le competenze di ruolo che hanno bisogno di essere rafforzate.

Il coaching aiuta a sviluppare, come risultato della propria crescita personale, un sistema di relazioni efficaci al raggiungimento di una situazione di reciproco equilibrio con le persone con cui ci rapportiamo, in modo da creare una armonia che facilita l’identificazione di un interesse comune, superando rivalità, personalismi, istinti di sopraffazione.

Un aspetto fondamentale del coaching è il rispetto delle persone con cui si stabilisce una relazione (di lavoro, di amicizia, di corretta competizione). Solo in questo modo i rapporti durano nel tempo e diventano stabili.

L’aspetto più evidente del coaching è la comunicazione verbale. Ma il coach esperto sa percepire la comunicazione non verbale, che è sempre rivelatrice di elementi della relazione non dichiarati, e sa condurre un dialogo anche su quel livello, che sovente è responsabile del successo o dell’insuccesso nello stabilire una relazione positiva e ricca.

Alla base del coaching c’è un forte senso dell’etica. La competenza che si acquisisce sui meccanismi sovente non coscienti della comunicazione interpersonale e sulle possibilità di orientare il comportamento delle persone con le quali entriamo in relazione, richiede una forte capacità di evitare comportamenti manipolatori.

Non si tratta soltanto di una mozione morale o moralistica, ma di un obiettivo pratico: La scoperta di essere manipolati distrugge immediatamente qualsiasi fiducia e trasforma le persone con cui abbiamo stabilito una relazione in nemici.

 

 

 

La mia esperienza di Coach e di praticante di Aikido

Considero la mia esperienza una condizione fortunata e privilegiata. Il mio primo maestro di Aikido un giorno, molti anni fa, mi disse una cosa che faticai a comprendere: “oggi tu sei in una palestra e ritieni di imparare un’arte marziale che ti permetterà di difenderti da un’aggressione. Ma tu sei anche un manager e un giorno ti accorgerai, nel corso di una riunione impegnativa, di fare, in perfetta immobilità, dell’Aikido di alto livello”. Oggi mi rendo conto che il coaching mi sta aiutando a sistematizzare tecniche e strumenti di comunicazione, verbale e non verbale, che attivo da tempo in modo automatico. Anche le tecniche dell’Aikido si attivano in modo automatico, senza, apparentemente, l’intervento di un processo mentale. Ma oggi il continuo scambio di energia e di segnali corpo/mente è diventato più chiaro e percepibile e lo spazio di convivenza e di integrazione delle due discipline è sorprendente.

di Sergio Cipri – WABC Certified Business Coach